Visualizzazione post con etichetta foresta. Mostra tutti i post
Rio Branco (Acre)




Rio Branco la capitale dell'Acre e con una popolazione di circa 300.000 abitanti è la città più grande dello stato.
A Rio Branco l'economia si regge sul fiorente commercio della gomma, del legname e delle piante medicinali.
La città ebbe origine alla fine 1882 quando Neutel Maia giunse con la sua famiglia e altri lavoratori nella regione per estrarre il caucciù dagli alberi della foresta.
Maia aprì un nuovo seringal sul lato sinistro del Rio Acre con il nome Seringal Empresa.
Rio Branco occupa una posizione strategica trovandosi a circa 2 ore in linea d'aria da Manaus e vicino ai centri eco-turistici di Cuzco, Pucalpa e Puerto Maldonado.
La città dispone di un aeroporto internazionale che la collega facilmente con il resto del Brasile.
Il clima è di tipo equatoriale e tropicale, non c'è stagione secca e le abbondanti precipitazioni mensili  (con valori di almeno 60 mm) aiutano la proliferazione della
 vasta foresta tropicale dell'Amazzonia che si estendo intorno alla città.


Indios Guaranì contro il gigante Shell


Costretti a vivere in condizioni sempre più precarie, gli indios Guaranì del Brasile hanno chiesto al gigante energetico Shell di cessare tutte le attività di produzione di etanolo sulle loro terre ancestrali.
Da circa un anno la compagnia anglo-olandese ha dato vita ad una joint-venture con il produttore locale di biocarburanti Cosan, coltivando canna da zucchero sulle terre appartenenti ai Guaranì. Nella loro lettera, gli indios brasiliani sostengono che “da quando la compagnia ha iniziato ad operare, la nostra salute - quella dei bambini, degli adulti e degli animali - si è deteriorata”.
Inoltre, i Guaranì lamentano che i nuovi coltivatori “non hanno mai chiesto il nostro permesso né ci hanno consultato prima di seminare sulla nostra terra”.
Già nell’estate del 2010 il governo brasiliano aveva notificato alla Shell la propria preoccupazione per le attività della joint-venture appena creata, ma senza risultati concreti.
Gli indios e le associazioni a difesa dei diritti delle comunità indigene accusano ora il governo centrale di non essere in grado di far rispettare le proprie leggi.
Queste terre appartengono infatti ufficialmente ai Guaranì, ma il governo brasiliano non è ancora riuscito a tracciarne i confini in maniera definitiva a causa di continui ritardi.
Per questo, spesso molti indios tornano sulle loro terre ancestrali ancora prima che le autorità abbiano ultimato l’opera di demarcazione, esponendosi ad attacchi violenti, come dimostrano i 56 morti nel solo 2010.
L’industria dei biocarburanti brasiliana è una delle più avanzate dell’intero pianeta, anche se il suo sviluppo ha causato la deforestazione di ampie aree del paese sudamericano e la trasformazione di terre fertili dei Guaranì in piantagioni di canna da zucchero da cui si ricava appunto il “biofuel”.
Queste terre sono state letteralmente sottratte alle popolazioni indigene, che si vedono confinate in riserve sovraffollate o ridotte a vivere in accampamenti di fortuna.
Tale situazione ha fatto in modo che per molti Guaranì sia diventato impossibile pescare e cacciare in molte aree, per non parlare della mancanza di terre fertili da coltivare.
“È un’amara ironia”, ha osservato Stephen Corry, direttore dell’organizzazione Survival International che si batte per i diritti delle popolazioni indigene, “che la gente acquisti l’etanolo della Shell come un’alternativa “etica” ai combustibili fossili. Certamente non vi è nulla di etico nel modo disumano in cui sono trattati i Guaranì.
Il governo brasiliano deve far rispettare le proprie leggi e fermare la distruzione totale delle terre degli Indios”.

di Michele Paris
Fonte:www.altrenotizie.org
Brasile: il 50% dell'Amazzonia ora è area protetta



In quattro stati amazzonici (Amapá, Roraima, Pará e Amazonas) piú della metá del territorio è zona protetta, mentre il parco di Tumucumaque, nello stato di Amapá, è piú grande di Francia e Germania messe assieme. Eppure le difficoltà non cambiano.

L'Amazzonia è per metà protetta.
Con la creazione di altre riserve annunciata dal governo di Dilma Rousseff, poco meno della metá dell'Amazzonia brasiliana è ora area protetta.
Sommando le riserve indigene, le unitá di conservazione ambientale, nelle quali è consentito solo l'uso sostenibile delle risorse rinnovabili, le riserve naturali e i parchi (nazionali e statali) - di protezione integrale - si arriva al 44% del totale della superficie dell'Amazzonia brasiliana e poco piú di un quarto della superficie dell’intero Brasile Brasile.
Lo rende noto un rapporto pubblicato in questi giorni dall'Isa (Instituto Socioambiental) e dall'Imazon (Instituto do Homem e do Meio Ambiente da Amazonia).

In quattro stati amazzonici (Amapá, Roraima, Pará e Amazonas) piú della metá del territorio è zona protetta, mentre il parco di Tumucumaque, nello stato di Amapá, è piú grande di Francia e Germania messe assieme.
Se a quelli amazzonici, poi, si aggiungono parchi e riserve del resto del Paese, in particolare il Mato Grosso, il Pantanal e le riserve della Mata Atlantica, il totale delle aree protette arrivano a 53% della superficie del Paese, una percentuale che pochissimi altri Paesi possono vantare.
La stessa ricerca però ammette che molti parchi e riserve sono protette solo sulla carta.
La vastitá del territorio, circa quattro milioni e mezzo di chilometri quadrati, rende precari e difficili i controlli e la protezione dell'ambiente.
Con la mancanza di personale e di strutture adeguate, rileva lo studio, ognuno tra guardie forestali e funzionari dell'Ibama sarebbe teoricamente responsabile per una superficie pari a 1.800 chilometri quadrati di parchi e riserve.

fonte:www.zeromission.tv
La Tribù degli "Uomini Rossi"


L'ultima tribù della terra si trova nella foresta amazzonica, nello stato dell'Acre tra il Brasile e il Perù.
Si tratta della "tribù degli uomini rossi", guerrieri forti e in buona salute con il corpo completamente dipinti di rosso, che vivono in piccole capanne di legno e paglia in modo permanente.

Gli indios con il corpo e il viso colorati di rosso,sono stati avvistati dalla Funai (Fondazione Nazionale degli Indios) in una delle zone più impervie del polmone verde.

Le foto degli indigeni sono state diffuse dall'organizzazione britannica Survival International. La scoperta è arrivata grazie anche alle carte geografiche elettroniche del Google Earth. In una delle foto si vede una radura con alcune grandi capanne e una decina d'indigeni, alcuni con il corpo dipinto di rosso, altri di nero, che puntano l'arco verso il velivolo della fondazione. Si ritiene che la tribù conti circa 500 persone.

«Ho deciso di rendere pubbliche le immagini perché altri meccanismi non hanno funzionato. Se l'opinione pubblica non verrà scossa queste tribù rischiano di estinguersi», ha detto l'autore degli scatti, Jose Carlos Meirelles, aggiungendo che vi sono almeno altre due tribù sconosciute nell'area, giunte in Brasile perché si sentivano minacciate in Perù. «Il loro futuro dipende da noi - ha sottolineato - se non preserviamo le loro terre, che non sono buone per l'agricoltura, sarà per loro la fine». «Queste foto dimostrano quanto sosteniamo da molto tempo. Vi sono oltre 20 siti dove vivono popolazioni indigene isolate nella regione al confine con il Perù, ma i politici, i proprietari terrieri e anche gli antropologi dicono che si tratta di una fantasia», ha aggiunto Sydney Possuelo, fondatore del dipartimento per i popoli indigeni isolati della Funai.

La Funai normalmente interviene soltanto quando vi è il rischio di un «contatto ostile» con le circa 40 comunità indigene isolate in Amazzonia. Oltre al rischio di conflitti sulla terra con minatori o coltivatori, gli indigeni sono esposti anche al rischio di contagio con malattie che per loro possono diventare mortali.
Scattata in Brasile l'esecuzione di una sentenza che difende le terre degli Indios

Per la prima volta sono i latifondisti ad esser cacciati dall'Amazzonia

Tensione per l'allontanamento forzato dei grandi coltivatori.

Il governatore: «Diventerà uno zoo umano»

Prima di lasciare le loro proprietà bruciano tutto, per non lasciare niente agli Indios. Per la prima volta a essere cacciati dalla loro terra, nell'Amazzonia brasiliana, non saranno gli indigeni: sono loro ad avere vinto, per la prima volta, una battaglia legale che riconosce i loro diritti e vieta ai latifondisti di frazionare un'altra fetta di foresta. A dover fare le valige, con le buone o con le cattive, sono i bianchi. Scaduta la data limite di 45 giorni per il ritiro volontario dei non-indios, la polizia federale brasiliana ha infatti cominciato le operazioni di espulsione dei grandi coltivatori di riso (arrozeiros), dei latifondisti e dei contadini che ancora occupano abusivamente la terra indigena Raposa/Serra do Sol, nello stato amazzonico settentrionale di Roraima.

LA RESISTENZA DEI LATIFONDISTI - Il capo degli "arrozeiros", Paulo Cesar Quartiero, accusato di molteplici episodi di violenza contro i nativi locali e di danni all’ambiente, ha resistito quasi 12 ore allo sgombero opponendosi a una pattuglia di 25 agenti. La sua Fazenda Providencia, riferiscono i giornali brasiliani, è stata assegnata dal "tuxaua" (capo indigeno) Avelino Pereira della comunità di Santa Rita a dieci famiglie di nativi che vivranno di agricoltura. Le autorità locali stimano che il ritiro forzato degli occupanti da Raposa si protrarrà, tra le tensioni, almeno per due settimane.



LA DECISIONE DELLA CORTE - Con una decisione che avrà ripercussioni anche sulle terre indigene ancora da demarcare, il Supremo tribunale federale brasiliano si era pronunciato a metà marzo per l’allontanamento dei bianchi confermando l’omologazione in area continua e senza frazionamenti di Raposa, 1,7 milioni di ettari abitati da 17.000 indigeni Macuxi, Wapixana, Ingariko, Patamona e Taurepang, già firmata dal presidente Lula nel 2005 a conclusione di un iter legale durato quasi 30 anni.

IL GOVERNATORE: «DIVENTERA' UNO ZOO UMANO» - A peggiorare le cose è intervenuto anche il governatore di Roraima, José de Anchieta Júnior, da sempre contrario ai diritti degli Indios. Nelle dichiarazioni al quotidiano "Globo" non ha certo nascosto il suo disappunto per la decisione della Corte suprema: « Non pretendo nè voglio discutere oltre. Ne abbiamo già parlato a fondo. La riserva indigena di Roraima si trasformerà in un autentico zoo umano. Senza contatto con i Bianchi, quelli che vedremo vivere là saranno animali umani».


NUOVE INSIDIE PER GLI INDIOS - Nella sentenza ci sono comunque alcune clausole che potrebbero avere gravi conseguenze per gli Indiani in tutto il Brasile. I giudici della Corte Suprema hanno infatti stabilito che i governi federali dello stato brasiliano – alcuni dei quali notoriamente anti-Indiani – dovrebbero essere coinvolti in modo più attivo nei processi di demarcazione dei territori indigeni. La loro partecipazione potrebbe rendere le demarcazioni più lente e difficoltose. La sentenza sancisce anche che i popoli indigeni non debbano essere consultati su progetti di sviluppo che, pur riguardando le loro terre, vengano dichiarati “di interesse nazionale”. I giudici hanno anche stabilito che i territori indigeni che sono già stati demarcati (e mappati) non devono essere ampliati. Questo preoccupa in modo particolare tribù come i Guarani, a cui sono state riconosciute legalmente solo piccole aree di terra prima della costituzione del 1988 che garantisce i loro “diritti originali” sulle terre ancestrali. Ana Paula Souto Maior, avvocato della ONG brasiliana ISA (Istituto Socio Ambientale), ha commentato: «Alcune di queste condizioni sono allarmanti e non resta che vedere che tipo di impatto potranno avere sui numerosi territori che ancora aspettano di essere demarcati o ampliati».

fonte:corriere.it